Regolamento escursioni

9: Regolamento dell’escursione

9.1

Iscrivendosi all’escursione i partecipanti dichiarano di aver letto e accettato il regolamento raduno avente i sotto citati obblighi e i sotto citati consigli.

  1. Rispettare le richieste scritte in locandina come l’orario e il luogo  di ritrovo nonché le attrezzature obbligatorie. I partecipanti non adeguatamente equipaggiati, a giudizio insindacabile della guida, potrebbero essere esclusi dall’escursione anche se già sul luogo di incontro, senza che questo comporti alcun tipo di rimborso. Non passare mai davanti alla guida e nel caso ci fosse un chiudifile mai restare dietro di esso. In caso sia necessario fermarsi per qualsiasi motivo avvisare sempre la guida.
  2. E’ necessario arrivare all’escursione in condizioni psicofisiche e di salute adeguate. Qualsiasi tipo di problema sia fisico  che psichico che possa influire negativamente sullo svolgimento dell’escursione va comunicata preventivamente alla guida possibilmente in fase di iscrizione alla gita e comunque prima dell’inizio dell’escursione.
  3. Rispettare le decisioni prese dalla guida in merito a cambiamenti di programma e/o di percorso.
  4. Non abbandonare e non allontanarsi mai dal gruppo. Chi dovesse abbandonare il gruppo lo fa sotto la sua propria ed esclusiva responsabilità-
  5. Informare la guida al primo manifestarsi di eventuale malessere o cambiamento dell’attrezzatura e per la buona riuscita dell’iniziativa comunicare eventuali difficoltà a rapportarsi con gli altri componenti dell’escursione.
  6. Collaborare con la guida e mantenere un comportamento disciplinato.
  7. Rispettare tutte le persone con cui capita di interagire, le proprietà private e attenersi alle disposizioni impartite dalla guida
  8. in caso di cambiamenti ambientali attenersi alle disposizioni della guida
  9. Non raccogliere fiori, erbe, piante protette. Non disturbare gli animali con rumori, grida e movimenti molesti. Non raccogliere frutti di bosco,  funghi in zone dove esiste  un regolamento sulla raccolta se non già autorizzati.
  10. La guida sconsiglia di mangiare frutti, bacche o altri prodotti del bosco e del sottobosco. Chi lo fa lo fa sotto la sola e propria responsabilità.
  11.  Conservare i propri rifiuti fino agli appositi cassonetti.

Si precisa che ogni partecipante è personalmente responsabile di eventuali comportamenti rischiosi per se e per gli altri, in particolare nel caso in cui dovesse prendere iniziative personali nonostante il parere contrario della guida.

  • Equipaggiamento obbligatorio personale

Abbigliamento “a strati”, pantaloni sempre lunghi da escursione possibilmente di colore chiaro, scarponi da trekking in buone condizioni con protezione della caviglia  e suola scolpita, giacca impermeabile e/o mantellina antipioggia, copricapo, occhiali da sole, crema solare, zaino comodo, pranzo al sacco e scorta di almeno 1,5 litri di acqua.

E’ altamente sconsigliato l’uso di indumenti di cotone a contatto con il corpo. Se possibile indossare capi traspiranti da escursionismo o capi di lana.  E’ consigliabile che  gli scarponi siano anche  in goretex  (materiale resistente alla pioggia). Consigliato oltre il copricapo per il sole anche uno invernale o un foulard di grandi dimensioni, un paio di guanti e i bastoncini da trekking.

In auto e consigliato tenere sempre un ricambio completo.

  • Telefoni cellulari e videogiochi

E’ opportuno evitare di guardare,  e messaggiare  o parlare al telefonino  sia per evitare distrazioni che possono portare a infortuni sia per non disturbare gli altri partecipanti.

Sarebbe opportuno tenere  i telefonini spenti, se è  proprio necessario essere  rintracciabili per motivi personali  è opportuno  tenere  il telefonini in modalità silenzioso o con suoneria a bassissimo volume. In caso sia necessario telefonare l’interessato è pregato di allontanarsi dal gruppo previa comunicazione e autorizzazione della guida rimanendo comunque sempre in vista della stessa.

E’ opportuno evitare di giocare con i videogiochi.

  • Fotografie e riprese video

Durante l’escursione verranno effettuati scatti fotografici e/o riprese video sia dalla guida che da alcuni partecipanti   che potranno comparire su siti di pubblico dominio o su siti promozionali delle attività escursionistiche-ambientali. La partecipazione all’escursione sotto intende il nullaosta alla pubblicazione del suddetto materiale. 

9.5                Registrazione tracce Gps
Durante le escursioni è consentito l’utilizzo di strumentazione GPS a scopo di orientamento ma partecipando l’accompagnato si impegna a non divulgare le eventuali tracce registrate.

9.6              Classificazione  delle tipologie delle  escursioni proposte: (nella descrizione delle varie escursioni troverete sempre una sigla  che indica il tipo di escursione proposta)

Sigla  T sta per turistica ovvero  facile, poco impegnativa, alla portata di tutti e comunque in buono stato di salute. E’ un itinerario non lungo,  su stradine o larghi sentieri sempre evidenti  e segnalati che non necessita di capacità di orientamento. Non tocca mai quote elevate e i dislivelli sono di solito inferiori ai 500 metri. Richiede una normale preparazione fisica alla camminata e comunque  sempre una buona scorta di acqua e cibo e idoneo equipaggiamento

In queste escursioni  i minori di anni 18 devono essere obbligatoriamente accompagnati da persona garante e responsabile.

Sigla  E sta per escursionistica  ovvero una escursione di media difficoltà che andremo a svolgere  su terreni  non sempre segnalati al piano di calpestio ma ben identificabili in cartografia. In alcuni tratti il sentiero presenterà  una pendenza abbastanza accentuata nella quale sarà necessario prestare attenzione a non scivolare  sopra foglie (soprattutto se il sentiero fosse  bagnato dalla pioggia) e radici di alberi.  Potrebbe esserci la possibilità di attraversare un piccolo guado  senza però alcun pericolo di essere trascinati dalla corrente in caso di caduta. Non sarà necessario l’utilizzo di alcun tipo di corda. Durante questo itinerario  non sarà possibile  approvvigionarsi di acqua ne tantomeno di cibo.

E’ una escursione idonea sia alle famiglie con bambini o anziani.  I partecipanti  devono essere  sufficientemente allenati  alle camminate anche su sentieri leggermente accidentati e scivolosi, non devono soffrire di vertigini e devono essere in ottime condizioni di salute. 

In queste escursioni  i minori di anni 18 devono essere obbligatoriamente accompagnati da persona garante e responsabile.

Sigla EE sta per escursione per escursionisti esperti   Si tratta di itinerari, anche non riportati al suolo o in cartografia, che implicano una capacità di muoversi su terreni particolari. Sentieri o tracce su sentiero impervio e infido (pendii ripidi e/o scivolosi di erba, o misti di rocce ed erba, o di roccia o detriti). Terreno vario, a quote anche relativamente elevate (pietraie, brevi nevai non ripidi, pendii aperti senza punti di riferimento ecc…). Possono presentare terreni aperti, senza continuità del piano di calpestio, con segnalazioni intermittenti o assenti. Sviluppano in zone poco o nulla antropizzate, dove l’attraversamento di corsi d’acqua può avvenire con guadi che possono presentarsi tecnicamente impegnativi specie dopo piogge abbondanti o in periodo di disgelo, dove è in genere difficoltoso trovare riparo dalle intemperie o chiamare aiuto in caso di infortunio e può non essere facile approvvigionarsi di acqua potabile e cibo e dove la percorrenza dei tratti boscati può implicare il ricorso anche non occasionale a strumenti di taglio a causa dell’intrico del sottobosco e dello stato di abbandono dei sentieri; possono occasionalmente presentare brevi concatenazioni di passaggi, anche esposti, in cui l’escursionista può essere costretto a far ricorso all’uso delle mani per mantenere l’equilibrio durante la progressione, come pure brevi concatenazioni di passaggi attrezzati con scalette e similari. Sono itinerari percorribili solo da escursionisti con buona esperienza, in ottime condizioni fisiche e ben allenati, che non soffrano di vertigini, che conoscano bene l’ambiente di svolgimento ed abbiano un’ottima padronanza delle tecniche di orientamento strumentale (bussola e/o Gps).Rimangono esclusi i percorsi su ghiacchiai, anche se pianeggianti e/o all’apparenza senza crepacci, come pure le vie ferrate, perché il loro attraversamento richiederebbe l’uso di attrezzature e tecniche alpinistiche per la progressione o per proteggere la stessa.

A queste escursioni sono accettati solo maggiorenni con capacità di intendere e di volere.

La quota di partecipazione comprende esclusivamente il servizio di accompagnamento. LA POLIZZA INFORTUNI PERSONALE E’ SEMPRE ESCLUSA DALLA QUOTA DI PARTECIPAZIONE. EVENTUALE POLIZZA INFORTUNI PERSONALE VA RICHIESTA PREVENTIVAMENTE ALL’ISCRIZIONE ALLA ESCURSIONE

SINERGIA FRA EROI.

Praticamente tutti gli abitanti delle colline che sovrastano il tratto di mare tra La spezia e Levanto avevano un pezzo di vigna,  anche se poi non erano viticoltori a tempo pieno. In casa comunque si parlava sempre di vino e fino a una cinquantina di anni fa i nonni o i genitori si portavano nei vigneti anche i bambini  e poi questi ultimi diventati, un pochino più grandi , solo di osservare il lavoro e il territorio circostante imparavano come amarli e curarli .  Oggi alcuni viticoltori, soprattutto i più giovani,  sono ben felici di produrre il vino Doc delle Cinque Terre o il famoso Sciacchetrà  per far conoscere a più persone possibili questa squisita  bevanda color oro.  Alcuni hanno osato di più, e, cercando di essere eroici come gli stessi vitigni  esposti al sole cocente  dei terrazzamenti,  si sono discostati del tutto o in parte  dal produrre solo quelli a marchio unico.  Essi, infatti, a seguito di letture approfondite, tramite un loro senso innato o da segreti  tramandati di generazione in generazione,  hanno deciso di dedicare una parte del loro terrazzamento per produrre (a volte riescono a imbottigliare  veramente pochi litri  ma di alto valore ) qualche bottiglia fuori dagli schemi disposti dal disciplinare e soprattutto fuori dalla tecnologia (anche se in effetti si può parlare solo di piccola tecnologia visto le cantine presenti in quelle strette strisce di terreno adibite a villaggi).  Questa pregiata e rara produzione  la  definirei  CREAZIONE completamente libera ma assai completa. . Trattasi di un vino che ogni volta diverrà diverso  pur nascendo dallo stesso vitigno. Trattasi di un vino il cui risultato di volta in volta dipenderà tutto da come sarà stato bravo il cavallerizzo che si è messo alla prova cavalcando l’onda del suo intuito e osservando meticolosamente ogni minimo cambiamento nel vitigno e nell’ambiente circostante. Nasce infatti tra questo vignaiolo  una sinergia profonda con il  suo vitigno, con i fiori o piante che tengono compagnia ad esso in quel determinato momento,  con il sole, con  il mare , con il vento e  con qualsiasi altro elemento naturale che ogni anno si presenta sempre diverso .  Una bottiglia che dentro  contiene  l’infinito amore che solo l’unione tra  l’uomo e la natura possono offrire.  Una bottiglia che viene difficile stappare. 

LA BASARA  (BEFANA) IN LIGURIA VIEN DAL MARE 


La tradizione della Befana. In Liguria, la parola Befana (Bazâra – si pronuncia basâra), ha origine diversa rispetto a quella italiana: in dialetto genovese, significa “vecchia sporca e trasandata”e sembra spenda spunto dalle lingue iberiche dove appunto la può significare “persona sporca e trasandata“„

Non si usava appendere la calza al caminetto, c’era infatti la tradizione della “scarpa in sciö barcon”, vale a dire la scarpa alla finestra. Era usanza lasciare fuori casa – sul pianerottolo, sul balcone, sul davanzale – una scarpa che poi veniva riempita di leccornie:, ma anche castagne secche, mandarini, e tanto altro. E per i più fortunati, i “marenghi d’ou”, le monete di cioccolato. Anche per questo nelle pasticcerie liguri in genere in questo periodo si trovano le scarpette di cioccolato (e non le calze!) ripiene di caramelle, cioccolatini, e altre delizie: sono una riproduzione golosa della “scarpa in sciö barcon”.“

il menu della Befana scorre come una coda delle abbuffate precedenti. Anzi, più è leggero, e meglio appiattirà i sensi di colpa. Invece un secolo o due fa, quando mangiare non era così colpevolmente di moda, a Genova anche il giorno dell’Epifania, dell’apparizione dei Re Magi, vantava una propria ricetta di base. Era la lasagna “gianca” e al pesto a profumare le sale da pranzo. Secondo il detto: «Epifàgna, gianca lasagna». E ogni parola rispondeva a una ragione precisa: «Le lasagne erano “gianche” perché candida era la pasta, ovvero rigorosamente senza uovo, così come vuole l’autentico impasto alla genovese»

Lapasta, quindi, segna il calendario. Perché se all’Epifania la “lasagna gianca” era d’obbligo, la teglia della Befana seguiva una lista di piatti sicuri e certi come il cambio di stagione. A Santo Stefano si pranzava con ravioli di carne e “tuccu”: carne fatta andare per il sugo buono, il brodo dei maccheroni, invece, doveva essere “u broddu cu canta in terza” così come ricordò l’attrice Maria Vietz, a indicare un amalgama di “pittu” (cappone), di magro (muscolo) e di maiale. «Erano tutti piatti combinati con gli avanzi»

Dove poi, non arriva la spiegazione scientifica aleggia la fantasia. «Nelle feste anche all’Epifania veniva cucinato il pesce, senza dimenticare il cappon magro». Ma com’era la ricetta originaria? «Il pesce si mangiava semplicemente bollito. – sostiene Bampi – la dicitura “alla ligure”, ovvero con pomodoro e olive, non è autentica. È dei nostri giorni». Il cappon magro, re di tutte le feste alla genovese, era ed è ricetta complicata, molto nutriente, ma «non ricoperta di gelatina, come spesso accade oggi, e neppure impastata di salsa verde: questa andava messa da parte in modo da non coprire alla sensibilità del palato, gli altri gusti di pesce e verdure».

Così ci siamo rigenerati:

Appena arrivati ai margini della foresta il gruppo ha iniziato a sentirsi più leggero.

E’ questo il primo avvertimento quando si entra in questa maestosa faggeta ai confini di ben tre province: quella di Parma, quella di Piacenza e quella di Genova.

La salita che vediamo davanti non ci spaventa, sembra creata appositamente per noi, non scoscesa e con maestosi alberi di faggio che circondano il comodo sentiero. Una salita che non rende il respiro affannoso, anzi ci permette di stare nel qui e ora concentrandoci sull’aria fresca e pura che entra dalle narici inspirando e sull’aria calda che esce da noi espirando.

Ad ogni curva del sentiero una sorpresa: prima i funghi, poi un capriolo, poi una roccia posizionata in modo da sembrare il viso di un piccolo orso. Camminare lentamente ha il vantaggio di osservare, per chi lo sa fare, ogni minima finezza che il bosco ci dona costantemente.

Arrivati alla vetta il panorama si apre, infatti i faggi lasciano il posto a una radura e proprio davanti a noi si erge maestoso il mitico Dio Pen, e dietro tutta la catena alpina.

Qui ci sediamo in cerchio e intoniamo una canzone.

Ritornati indietro in silenzio cerchiamo di restare presenti all’attimo presente, ma ogni tanto la mente ritorna a pensare a quanto visto durante la salita, al panorama della vetta, ma poichè siamo consapevoli che esiste solo il qui e ora, con gentilezza ma fermezza, riportiamo la mente al presente.

Prima di salutarci, ci aspetta la meditazione della montagna e la cerimonia del tè, momento importante di condivisione.

Inutile dire che i benefici di questa giornata si sono protatti per tutta la settimana successiva.

E’ dimostrato infatti che, anche solo qualche ora la settimana passata nella natura in modo consapevole, aiuta, ad abbassare i livelli di stress con tutte le conseguenze positive sulla salute che ne derivano

Non vediamo l’ora di ritornare. Arrivederci.

U PREBUGGIùN

Come il pesto, anche il Prebuggiùn è un piatto quasi giornaliero presente nella tavola ligure. Ma se per il pesto ci sono degli ingredienti obbligati per il Prebuggiùn è, soprattutto, l’arte della cuoca che fa la differenza.

Ogni casalinga ha la sua ricetta, anzi più ricette in quanto è sempre diverso, in base alla stagione, in base al livello del mare in cui si trova il terreno dove raccoglie le erbe selvatiche (perché si; sono queste le vere protagoniste del piatto!). Importante è anche la diversa composizione del terreno, l’esposizione al sole, al vento o all’umidità in cui nascono queste erbette. Importante una volta raccolte trasportarle a casa in un cestino di vimini, banditi sono, come del resto per i funghi, i sacchetti di plastica.

Ma, come scrivevo prima, il mélange ben aromatizzato che renderà il piatto prelibato è dato dalla grande sapienza ed esperienza che la cuoca usa nel saper dosare le varie erbe. Ciascuna di esse, nonostante alcune si assomigliano a tal punto che a prima vista, o ad un occhio inesperto, sembrano uguali, ha caratteristiche proprie e talvolta opposte. Alcune sono molto amare, altre risultano dolci, altre contengono troppa acqua, alcune sono piccanti. ecc.

Un vocabolario genovese-italiano spiega il termine prebuggùn come “minestrone contadinesco, per lo più di riso con vari ortaggi in guazzabuglio” C’è poi chi lo definisce come un insieme di erbe che cresocno spontaneamente sulle coline della Liguria. Per alcune donne anziane del Borgo di Riva Trigoso, ai piedi del Bracco, è semplicemente un mix erbe selvatiche raccolte negli incolti, nei coltivi o sui muretti di sostegno dei terrazzamenti secolari costruiti dall’uomo per modificare la natura troppo ripida del monte.

U prebuggiùn, di solito si consuma lesso e si mangia condito con sale ed olio tassativamente extra vergine d’oliva spesso assieme a patate anch’esse bollite. Anticamente lo accompagnavano con tipiche frittelle fatte con pasta per pane lievitata. Viene però utilizzato spessissimo anche come ripieno per i pansoti che verranno successivamente conditi con la salsa di noci, oppure per frittate o torte.

16 sono le erbe selvatiche che possono essere miscelate tra cui la bietola selvatica, la borragine, il finocchio selvatico, il tarassaco ma la regina indiscussa e sempre presente in tutta le ricette ligure è la “Talegua” (Reichardia picroides).

Ospedale di San Nicolao di Pietra Colice

Sul Monte San Nicolao sul massiccio del Bracco, a pochi chilometri da Sestri levante, e a cavallo tra la Provincia di Genova e di La Spezia e tra i comuni di Moneglia e Deiva Marina, si trova il più ampio complesso ospitaliero medievale della Liguria, situato in un importante crocevia di strade. La principale è senz’altro la Via Romana Aemilia Scauri , della quale sono ancora oggi riconoscibili, nella zona, abbondantissime tracce, evidenziate tra l’altro dai resti di alcuni antichi ponti.

Il sito è infatti unico nel suo genere perché conserva tracce di frequentazione dall’epoca neolitica all’età moderna, racchiudendo così più di 5000 anni di storia! In una piccola area dello scavo del sito medievale sono stati trovati alcuni frammenti di anfore di età romana (III-I secolo a.C.) e tracce di buche da palo e piccole fosse, schegge di diaspro, selce e quarzo e frammenti ceramici, che sono attribuibili alla cultura del vaso campaniforme tipica del periodo compreso tra il 2500 e il 2200 a.C. (4500 anni fa).

Sotto a questo livello sono state trovate due fosse di combustione che dalla disposizione delle pietre e dalla tipologia hanno fatto capire che si trattava di luogo in cui il fuoco veniva acceso costantemente per cuocere grossi pezzi di carne o cereali e che l’area veniva frequentata già dall’uomo nel Neolitico (4000 a.C., ovvero 6000 anni fa).

Indagini archeologiche del sito sono state condotte da Leopoldo Cimaschi (1956/58), Alessandra Frondoni (1998), Fabrizio Benente (2001-2008) e dal 2014 a tutt’oggi da Dott.ssa Nadia Campana della Sopraintedenza che insieme a Prof. Fabio Benente la Soprintendenza e al prof. Fabrizio Benente, ha effettuato nel marzo 2021 un nuovo sopralluogo presso la chiesa di S. Nicolò per poter effettuare il consolidamento delle mura di fortificazione dell’area, a seguito dell’ottenimento del finanziamento ministeriale, rispettandone la ricchezza archeologica. Il ritrovamento dell’ossuario della scorsa estate, infatti, richiede una nuova fase di analisi della zona prima di poter avviare i lavori di consolidamento. L’intervento tecnico prevede lo scavo della piazzetta retrostante la chiesa e del lato a ridosso del muro per la realizzazione di canalette di scolo per migliorare il deflusso delle acque meteoriche e la posa di pali di sostegno alla cinta muraria di circa 8 metri ogni 80 centimetri per garantirne la stabilità.

Oltre alla visita del luogo è altamente consigliabile recarsi in pieno centro di Sestri Levante in Corso Colombo dove si trova il Il Museo archeologico e della Città dove l’archeologa Marzia Dentone che è ora anche la conservatrice del museo stesso potrà svelarvi tanti segreti e curiosità di questo misterioso Ospedale.

Ecco l’immagine del sito fatta dal Fabrizio Bracco con il drone

Equinozio di Primavera

20 marzo 2021 ora italiana 10,37: Equinozio di Primavera.

Vediamo insieme cosa significa e le usanze popolari di questa giornata cosi particolare e cosa possiamo fare noi per sentirci bene con la natura.

Significato:

Il termine equinozio deriva dal latino æquinoctium, che si traduce con “notte uguale”. A partire da esso, la parte della giornata in cui c’è luce continua ad allungarsi ogni giorno fino al solstizio d’estate. Sarà solo da quel momento che le ore di luce cominciano a diminuire. Con l’equinozio di autunno la suddivisione del giorno tra luce e buio tornerà in equilibrio. Estate e inverno iniziano invece nei giorni di solstizio. Le ore di luce saranno in quei giorni rispettivamente al loro massimo e al loro minimo. Tutto ciò nella nostra parte di Terra, ovvero l’emisfero boreale. In quello australe si verifica il contrario. In realtà il giorno è la notte non hanno la stessa identica durata. infatti Potrebbe essere così solo se il Sole sparisse dal cielo una volta calato dietro l’orizzonte. Siccome la Terra ha un’atmosfera, questa curva la luce del Sole per il fenomeno della rifrazione, rendendo più numerose le ore di luce. Quando, dicendo che non esistono più le stagioni, crediamo di sostenere una banalità! In effetti, è stato riscontrato che la primavera è sempre più breve, seppur di soli 30″ all’anno. Il meccanismo è un po’ complicato ed è dovuto all’orientamento dell’asse di rotazione della Terra. Per semplificare le cose, diciamo che il nostro pianeta non ruota in piano, ma leggermente inclinato e con l’andatura oscillante di una trottola. Questo fa variare continuamente la posizione che offre al Sole.

Tradizioni Popolari:

Durante la festa neopagana di Ostara, continui erano le creazione di progetti e molteplici i ringraziamenti per il compimento dei sogni e dei semi che erano stati seminati e coltivati durante l’autunno e l’inverno.

Il matrimonio metaforico, ovvero l’unione tra il dio Sole e la dea Terra; ed è da qui che, secondo le credenze, si festeggia l’accoppiamento, la terra fiorisce e insieme a lei anche l’amore.

I riti di purificazione agraria e i Baccanali, delle festività romane a scopo totalmente propiziatorio. Prima che San Giuseppe diventasse il simbolo della festa del papà, pare che contribuisse a promuovere queste antiche tradizioni. Ma perché è stato collegato alla festa del papà? Molto semplicemente perché il papà è colui che dona il seme della vita favorendo così la rinascita.

Colorare le uova con colori pastello, le uova sono formate da due elementi: l’albume e il tuorlo. Secondo le credenze, l’albume rappresenta la forza femminile, il tuorlo quella maschile. L’uovo in sé rappresenta l’origine di ogni cosa, anche noi proveniamo da un seme che ha la stessa forma.

E’ una festa della giovinezza, è come se l’essere umano in questa giornata avesse 14 anni , dopo la nascita, è nel pieno dell’adolescenza e della bellezza. c’è bisogno di espansione, è un periodo dove si gettano i semi per il futuro, è un periodo che ci viene chiesto dal nostro corpo di stare molto di più a contatto con la natura, con i fiori e con i semi.

NON SIAMO ABITUATI NEL MONDO MODERNO A TUTTE QUESTE VECCHIE USANZE E CREDENZE MA UN MODO SEMPLICE PER FESTEGGIARE LA PRIMAVERA E SOPRATTUTTO AIUTARLA E SENTIRCI UTILI NEI SUOI CONFORNTI E QUESTA:

POTETE CREARE DELLE BOMBETTE DI ARGILLA O CON I GUSCI DELLE UOVA O QUALSIASI COSA BIODEGRADABILEI E INSERIRCI DENTRO TANTI SEMI DI FIORI AUTOCTONI (ricordiamoci dell’importanza della biodiversità) E LANCIARLE COME RITUALE NEI PRATI E NEI CAMPI . IN QUESTO MODO AIUTERETE ANCHE LE API NEL LORO LAVORO.

NON SOLO MIMOSE IN FIORE

In Liguria, l’antesi (ovvero lo stato della pianta con i fiori completamente aperti) della EUPHORBIA DENDROIDES è in febbraio /marzo.

Come per le mimose che ravvivano in questo periodo i terrazzamenti liguri grazie suoi fiorellini perfettamente sferici e gialli , anche i fiori dell’Euphorbia ravvivano le scogliere e i dirupi presso il mare in quanto in questo periodo è l’unica pianta della gariga in fiore. La pianta adulta forma dei veri e propri cuscini sferici di colore verde da cui si dipartono bellissimi fiori gialli.

. L’Euphorbia è una specie caratteristica della macchia e della gariga mediterranea costiera, che  in tali condizioni vitali subisce il fenomeno della estivazione, cioè ha la fase vitale (produzione di foglie fiori e frutti) in inverno fino alla primavera. Quando le condizioni vitali divengono critiche per il caldo e l’arido in estate, si ha una fase di completa stasi della vegetazione, inclusa la caduta delle foglie. E’ necessario fare molta attenzione a non toccarsi pelle e occhi dopo averla toccata infatti i rami, se strappati, secernono un lattice bianco irritante. Sulle mucose, soprattutto quelle degli occhi, minuscole gocce possono infatti provocare irritazioni dolorose e persistenti. Non si conoscono usi cosmetici per questa specie e nella medicina popolare di un lontano passato pare che il latice, molto diluito, venisse usato, per via interna, come energico purgante.

Per quanto riguarda la sua salvaguardia non esistono note di protezione, anzi a volte è considerata infestante, ma è comunque inserita in parecchi siti di salvaguardia della biodiversità.

L’Euphorbia dendroides è un “relitto terziario” che probabilmente, in un clima di tipo tropicale, era diffuso in un’area ben più vasta di quella che occupa oggi, ( bacino del Mediterraneo ad occidente fino alle coste della Spagna mediterranea e ad oriente fino all’Egeo; Nord Africa in Algeria ed in Libia, in Palestina, Isole Canarie e sud California) e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica. e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica.

Le antiche miniere di Libiola

Oggi, 4 dicembre, si celebra Santa Barbara, patrona dei minatori, Ieri per ricordarla mi sono quindi recata alle antiche Miniere di Libiola e ho scattato qualche foto così che anche voi lettori possiate avere un’idea del luogo.

La storica miniera di rame di Libiola, probabilmente la più importante d’Italia, è conosciuta fin dalla preistoria e sfruttata intensamente fin da epoca romana. Alcuni interessanti reperti rinvenuti, durante le lavorazioni, alla fine dell’800 in uno dei tre grossi crateri a cielo aperto sito sul monte della miniera, avevano richiamato l’attenzione del celebre prof. Arturo Issel, autentico luminare in materia e docente nella Regia Università genovese. Tali reperti erano: un mazzuolo di pietra, una pala di legno e un manico di piccone in legno di quercia della lunghezza di 17 cm. (l’unico, ad oggi, non andato perduto), tutti quanti riferibili alla preistoria. Negli anni ’60 il manico di piccone è stato inviato a due distinti laboratori, in Francia e in Germania, ed entrambi hanno sentenziato che risalirebbe a più di 3mila anni prima di Cristo: quella di Libiola è stata la prima miniera al mondo ad essere datata col sistema del radiocarbonio 14. L’interessante scoperta ha consentito di affermare due verità e cioè che in zona c’è vita fin dalla preistoria attraverso le antiche popolazioni liguri (nei pressi del torrente Gromolo esiste un monte chiamato “Castellaro”, toponimo dal significato che abbraccia tempi antichi di popolazioni autoctone) e che in miniera si lavorava già, sebbene con attrezzi rudimentali. Quando negli anni ’60 viene rinvenuta a Chiavari una necropoli risalente al VII secolo a.C., diversi manufatti di rame e bronzo provenivano dalle miniere di Libiola.

La miniera di Libiola, occupa una superficie complessiva di circa 400 ettari. L’intero territorio è attraversato da una ventina di gallerie, alcune di esse si articolano su 4 livelli discenderie, fornelli, buchi ovunque (in numero di oltre 300), e tre grossi crateri a cielo aperto. Storicamente è stata la miniera più produttiva d’Italia (dopo quella del monte Amiata in Toscana) e da essa sono uscite milioni di tonnellate di materiale, dal buon tenore di rame. Inoltre dal punto di visto qualitativo a Libiola sono state rinvenute oltre 70 specie di minerali diversi da primato mondiale, tra cui oro e argento in quantità non apprezzabili. Sebbene sia privata ed appartenga ad una società con sede in Lombardia, la miniera di Libiola è dal 1961-62 che non è più attiva. Il periodo storico di maggior sviluppo lo si è avuto durante il cosiddetto “periodo degli inglesi”, dal 1868 al 1928 (e più precisamente fino al 1896 a titolarità esclusiva, in seguito data in locazione). Nel 1868 nasce a Londra la società per azioni “The Libiola Mining Company Ltd” che sfrutterà i ricchi giacimenti minerari libiolesi per diversi decenni, facendo la fortuna dei sudditi di sua Maestà la regina Vittoria e in special modo dei proprietari inglesi: su tutti la famiglia Brown che con Libiola diventerà assai ricca, acquistando il castello di Paraggi (Santa Margherita Ligure) e quindi la fortezza di Portofino che da quel momento è chiamata “castello Brown”: entrambi i castelli si affacciano sul pittoresco Golfo del Tigullio. A Sestri Levante esiste una viuzza nei pressi del Municipio – via Garibaldi che è soprannominata in genovese “caruggiu dell’òu” (ossia caruggio dell’oro) proprio grazie alle ricchezze dei minerali di Libiola e ammassati all’interno dei magazzini in attesa dei vapori che percorrevano settimanalmente la rotta Sestri Levante – Gran Bretagna alla volta dei porti di Inghilterra (Newcastle) e del Galles (Swansea).

Ecco il video youtube creato da Provincia di Genova con alcune testimonianze:

Miniera di Libiola, 2700 anni di storia – YouTube

A Fainà

Ceci: prodotto antico, prodotto amico.

Sappiamo infatti che i ceci erano un alimento già diffuso nel mondo antico tra Greci, Romani ed Egizi. I ceci più diffusi sono di colore chiaro ma anche in Italia vengono ancora coltivate delle varietà antiche di ceci che sono di colore scuro e e si trovano soprattutto in alcune zone della Toscana, dell’Umbria e della Puglia.

Con i ceci, ricchi di proteine vegetali , sali minerali (calcio, ferro fosforo, magnesio) e che aiutano a mantenere le ossa in salute, si possono realizzare dei  burgher vegani o vegetariani da servire come secondo piatto accompagnato dalle verdure o semplicemente usarli come contorno o aggiungerli alle zuppe. Con la farina di ceci invece si può preparare l’hummus oppure come da antica tradizione ligure ” a fainà” ossia una torta salata molto bassa, preparata con l’aggiunta di acqua sale e olio extravergine di oliva.

Non possiamo in questo periodo di lockdown addentrarci nei caruggi genovesi per entrare in una antica “sciamadda” ad assaporare una fiammante farinata appena uscita dal forno a legna, ma se ci prende un pizzico di malinconia perché ci sentiamo limitati nelle nostre abitudini nulla ci vieta di utilizzare la consegna a domicilio o provare a cucinarla per restare connessi alle nostre sane tradizioni. Il calore che ci regalerà già il primo assaggio e la dorata crosticina che si formerà sulla superfice ci inietteranno un senso di benessere e ci confermeranno che quello che un tempo era considerato un piatto povero e con l’aumento della ricchezza quasi scartato oggi diventa fondamentale per una sana alimentazione.

A Genova il panino con la farinata era uno dei piatti preferiti dai camalli, (gli scaricatori di porto) che non potevano di certo lesinare sulle calorie assunte durante la pausa pranzo ma non avevano molto denaro da spendere.

Secondo una leggenda molo diffusa la farinata nacque nel 1284, dopo che la Repubblica Marinara di Genova sconfisse quella pisana nella battaglia della Meloria. Tornando verso Genova le galee genovesi furono colpite da una tempesta che provocò la rottura di alcuni barilotti d’olio e di molti sacchi di ceci che si rovesciarono mescolandosi all’acqua salta. Poiché le provviste erano poche i marinai recuperarono quello che potevano recuperare ossia una purea di ceci, olio e acqua di mare. Alcuni di loro rifiutarono la poltiglia lasciandola seccare al sole. Il giorno dopo però, spinti dalla fame, i marinai a digiuno recuperarono le scodelle lasciate al sole scoprendo come la purea di ceci si fosse trasformata in una specie di frittella scoprendone la sua bontà. Rientrati a terra i genovesi pensarono di migliorare la scoperta cuocendo la purea negli antichi forni. Il risultato finale fu un successo e venne chiamato, canzonando i rivali sconfitti in battaglia “l’oro di Pisa.”.

Si può assaporare solo a Savona e dintorni invece questa specialità preparata con la farina di grano anziché quella di ceci. Il motivo di questa variante è dovuto a un antico screzio sorto tra la città di Genova e quella di Savona. Nel 500, infatti i genovesi imposero un dazio sui ceci e i savonesi al fine di non gonfiare ulteriormente le casse della Repubblica marinara cominciarono a preparare la farinata con la farina di grano dando origine alla farinata bianca.

Come si prepara A Fainà?

il composto a base di farina di ceci, olio e acqua salata dopo essere stato a riposo per almeno 12 ore viene versato nei tegami di rame e messo a cuocere nei forni a legna dei professionisti che a Genova sono detti “fainotti” a una temperatura molto alta. In casa si può usare una teglia bassa e poco profonda su cui verrà versato poco composto che dovrà cuocere in formo a 270-300 gradi fino a quando la sua superficie non sarà ricoperta da una crosticina dorata.