U PREBUGGIùN

Come il pesto, anche il Prebuggiùn è un piatto quasi giornaliero presente nella tavola ligure. Ma se per il pesto ci sono degli ingredienti obbligati per il Prebuggiùn è, soprattutto, l’arte della cuoca che fa la differenza.

Ogni casalinga ha la sua ricetta, anzi più ricette in quanto è sempre diverso, in base alla stagione, in base al livello del mare in cui si trova il terreno dove raccoglie le erbe selvatiche (perché si; sono queste le vere protagoniste del piatto!). Importante è anche la diversa composizione del terreno, l’esposizione al sole, al vento o all’umidità in cui nascono queste erbette. Importante una volta raccolte trasportarle a casa in un cestino di vimini, banditi sono, come del resto per i funghi, i sacchetti di plastica.

Ma, come scrivevo prima, il mélange ben aromatizzato che renderà il piatto prelibato è dato dalla grande sapienza ed esperienza che la cuoca usa nel saper dosare le varie erbe. Ciascuna di esse, nonostante alcune si assomigliano a tal punto che a prima vista, o ad un occhio inesperto, sembrano uguali, ha caratteristiche proprie e talvolta opposte. Alcune sono molto amare, altre risultano dolci, altre contengono troppa acqua, alcune sono piccanti. ecc.

Un vocabolario genovese-italiano spiega il termine prebuggùn come “minestrone contadinesco, per lo più di riso con vari ortaggi in guazzabuglio” C’è poi chi lo definisce come un insieme di erbe che cresocno spontaneamente sulle coline della Liguria. Per alcune donne anziane del Borgo di Riva Trigoso, ai piedi del Bracco, è semplicemente un mix erbe selvatiche raccolte negli incolti, nei coltivi o sui muretti di sostegno dei terrazzamenti secolari costruiti dall’uomo per modificare la natura troppo ripida del monte.

U prebuggiùn, di solito si consuma lesso e si mangia condito con sale ed olio tassativamente extra vergine d’oliva spesso assieme a patate anch’esse bollite. Anticamente lo accompagnavano con tipiche frittelle fatte con pasta per pane lievitata. Viene però utilizzato spessissimo anche come ripieno per i pansoti che verranno successivamente conditi con la salsa di noci, oppure per frittate o torte.

16 sono le erbe selvatiche che possono essere miscelate tra cui la bietola selvatica, la borragine, il finocchio selvatico, il tarassaco ma la regina indiscussa e sempre presente in tutta le ricette ligure è la “Talegua” (Reichardia picroides).

Ospedale di San Nicolao di Pietra Colice

Sul Monte San Nicolao sul massiccio del Bracco, a pochi chilometri da Sestri levante, e a cavallo tra la Provincia di Genova e di La Spezia e tra i comuni di Moneglia e Deiva Marina, si trova il più ampio complesso ospitaliero medievale della Liguria, situato in un importante crocevia di strade. La principale è senz’altro la Via Romana Aemilia Scauri , della quale sono ancora oggi riconoscibili, nella zona, abbondantissime tracce, evidenziate tra l’altro dai resti di alcuni antichi ponti.

Il sito è infatti unico nel suo genere perché conserva tracce di frequentazione dall’epoca neolitica all’età moderna, racchiudendo così più di 5000 anni di storia! In una piccola area dello scavo del sito medievale sono stati trovati alcuni frammenti di anfore di età romana (III-I secolo a.C.) e tracce di buche da palo e piccole fosse, schegge di diaspro, selce e quarzo e frammenti ceramici, che sono attribuibili alla cultura del vaso campaniforme tipica del periodo compreso tra il 2500 e il 2200 a.C. (4500 anni fa).

Sotto a questo livello sono state trovate due fosse di combustione che dalla disposizione delle pietre e dalla tipologia hanno fatto capire che si trattava di luogo in cui il fuoco veniva acceso costantemente per cuocere grossi pezzi di carne o cereali e che l’area veniva frequentata già dall’uomo nel Neolitico (4000 a.C., ovvero 6000 anni fa).

Indagini archeologiche del sito sono state condotte da Leopoldo Cimaschi (1956/58), Alessandra Frondoni (1998), Fabrizio Benente (2001-2008) e dal 2014 a tutt’oggi da Dott.ssa Nadia Campana della Sopraintedenza che insieme a Prof. Fabio Benente la Soprintendenza e al prof. Fabrizio Benente, ha effettuato nel marzo 2021 un nuovo sopralluogo presso la chiesa di S. Nicolò per poter effettuare il consolidamento delle mura di fortificazione dell’area, a seguito dell’ottenimento del finanziamento ministeriale, rispettandone la ricchezza archeologica. Il ritrovamento dell’ossuario della scorsa estate, infatti, richiede una nuova fase di analisi della zona prima di poter avviare i lavori di consolidamento. L’intervento tecnico prevede lo scavo della piazzetta retrostante la chiesa e del lato a ridosso del muro per la realizzazione di canalette di scolo per migliorare il deflusso delle acque meteoriche e la posa di pali di sostegno alla cinta muraria di circa 8 metri ogni 80 centimetri per garantirne la stabilità.

Oltre alla visita del luogo è altamente consigliabile recarsi in pieno centro di Sestri Levante in Corso Colombo dove si trova il Il Museo archeologico e della Città dove l’archeologa Marzia Dentone che è ora anche la conservatrice del museo stesso potrà svelarvi tanti segreti e curiosità di questo misterioso Ospedale.

Ecco l’immagine del sito fatta dal Fabrizio Bracco con il drone

Equinozio di Primavera

20 marzo 2021 ora italiana 10,37: Equinozio di Primavera.

Vediamo insieme cosa significa e le usanze popolari di questa giornata cosi particolare e cosa possiamo fare noi per sentirci bene con la natura.

Significato:

Il termine equinozio deriva dal latino æquinoctium, che si traduce con “notte uguale”. A partire da esso, la parte della giornata in cui c’è luce continua ad allungarsi ogni giorno fino al solstizio d’estate. Sarà solo da quel momento che le ore di luce cominciano a diminuire. Con l’equinozio di autunno la suddivisione del giorno tra luce e buio tornerà in equilibrio. Estate e inverno iniziano invece nei giorni di solstizio. Le ore di luce saranno in quei giorni rispettivamente al loro massimo e al loro minimo. Tutto ciò nella nostra parte di Terra, ovvero l’emisfero boreale. In quello australe si verifica il contrario. In realtà il giorno è la notte non hanno la stessa identica durata. infatti Potrebbe essere così solo se il Sole sparisse dal cielo una volta calato dietro l’orizzonte. Siccome la Terra ha un’atmosfera, questa curva la luce del Sole per il fenomeno della rifrazione, rendendo più numerose le ore di luce. Quando, dicendo che non esistono più le stagioni, crediamo di sostenere una banalità! In effetti, è stato riscontrato che la primavera è sempre più breve, seppur di soli 30″ all’anno. Il meccanismo è un po’ complicato ed è dovuto all’orientamento dell’asse di rotazione della Terra. Per semplificare le cose, diciamo che il nostro pianeta non ruota in piano, ma leggermente inclinato e con l’andatura oscillante di una trottola. Questo fa variare continuamente la posizione che offre al Sole.

Tradizioni Popolari:

Durante la festa neopagana di Ostara, continui erano le creazione di progetti e molteplici i ringraziamenti per il compimento dei sogni e dei semi che erano stati seminati e coltivati durante l’autunno e l’inverno.

Il matrimonio metaforico, ovvero l’unione tra il dio Sole e la dea Terra; ed è da qui che, secondo le credenze, si festeggia l’accoppiamento, la terra fiorisce e insieme a lei anche l’amore.

I riti di purificazione agraria e i Baccanali, delle festività romane a scopo totalmente propiziatorio. Prima che San Giuseppe diventasse il simbolo della festa del papà, pare che contribuisse a promuovere queste antiche tradizioni. Ma perché è stato collegato alla festa del papà? Molto semplicemente perché il papà è colui che dona il seme della vita favorendo così la rinascita.

Colorare le uova con colori pastello, le uova sono formate da due elementi: l’albume e il tuorlo. Secondo le credenze, l’albume rappresenta la forza femminile, il tuorlo quella maschile. L’uovo in sé rappresenta l’origine di ogni cosa, anche noi proveniamo da un seme che ha la stessa forma.

E’ una festa della giovinezza, è come se l’essere umano in questa giornata avesse 14 anni , dopo la nascita, è nel pieno dell’adolescenza e della bellezza. c’è bisogno di espansione, è un periodo dove si gettano i semi per il futuro, è un periodo che ci viene chiesto dal nostro corpo di stare molto di più a contatto con la natura, con i fiori e con i semi.

NON SIAMO ABITUATI NEL MONDO MODERNO A TUTTE QUESTE VECCHIE USANZE E CREDENZE MA UN MODO SEMPLICE PER FESTEGGIARE LA PRIMAVERA E SOPRATTUTTO AIUTARLA E SENTIRCI UTILI NEI SUOI CONFORNTI E QUESTA:

POTETE CREARE DELLE BOMBETTE DI ARGILLA O CON I GUSCI DELLE UOVA O QUALSIASI COSA BIODEGRADABILEI E INSERIRCI DENTRO TANTI SEMI DI FIORI AUTOCTONI (ricordiamoci dell’importanza della biodiversità) E LANCIARLE COME RITUALE NEI PRATI E NEI CAMPI . IN QUESTO MODO AIUTERETE ANCHE LE API NEL LORO LAVORO.

NON SOLO MIMOSE IN FIORE

In Liguria, l’antesi (ovvero lo stato della pianta con i fiori completamente aperti) della EUPHORBIA DENDROIDES è in febbraio /marzo.

Come per le mimose che ravvivano in questo periodo i terrazzamenti liguri grazie suoi fiorellini perfettamente sferici e gialli , anche i fiori dell’Euphorbia ravvivano le scogliere e i dirupi presso il mare in quanto in questo periodo è l’unica pianta della gariga in fiore. La pianta adulta forma dei veri e propri cuscini sferici di colore verde da cui si dipartono bellissimi fiori gialli.

. L’Euphorbia è una specie caratteristica della macchia e della gariga mediterranea costiera, che  in tali condizioni vitali subisce il fenomeno della estivazione, cioè ha la fase vitale (produzione di foglie fiori e frutti) in inverno fino alla primavera. Quando le condizioni vitali divengono critiche per il caldo e l’arido in estate, si ha una fase di completa stasi della vegetazione, inclusa la caduta delle foglie. E’ necessario fare molta attenzione a non toccarsi pelle e occhi dopo averla toccata infatti i rami, se strappati, secernono un lattice bianco irritante. Sulle mucose, soprattutto quelle degli occhi, minuscole gocce possono infatti provocare irritazioni dolorose e persistenti. Non si conoscono usi cosmetici per questa specie e nella medicina popolare di un lontano passato pare che il latice, molto diluito, venisse usato, per via interna, come energico purgante.

Per quanto riguarda la sua salvaguardia non esistono note di protezione, anzi a volte è considerata infestante, ma è comunque inserita in parecchi siti di salvaguardia della biodiversità.

L’Euphorbia dendroides è un “relitto terziario” che probabilmente, in un clima di tipo tropicale, era diffuso in un’area ben più vasta di quella che occupa oggi, ( bacino del Mediterraneo ad occidente fino alle coste della Spagna mediterranea e ad oriente fino all’Egeo; Nord Africa in Algeria ed in Libia, in Palestina, Isole Canarie e sud California) e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica. e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica.

Le antiche miniere di Libiola

Oggi, 4 dicembre, si celebra Santa Barbara, patrona dei minatori, Ieri per ricordarla mi sono quindi recata alle antiche Miniere di Libiola e ho scattato qualche foto così che anche voi lettori possiate avere un’idea del luogo.

La storica miniera di rame di Libiola, probabilmente la più importante d’Italia, è conosciuta fin dalla preistoria e sfruttata intensamente fin da epoca romana. Alcuni interessanti reperti rinvenuti, durante le lavorazioni, alla fine dell’800 in uno dei tre grossi crateri a cielo aperto sito sul monte della miniera, avevano richiamato l’attenzione del celebre prof. Arturo Issel, autentico luminare in materia e docente nella Regia Università genovese. Tali reperti erano: un mazzuolo di pietra, una pala di legno e un manico di piccone in legno di quercia della lunghezza di 17 cm. (l’unico, ad oggi, non andato perduto), tutti quanti riferibili alla preistoria. Negli anni ’60 il manico di piccone è stato inviato a due distinti laboratori, in Francia e in Germania, ed entrambi hanno sentenziato che risalirebbe a più di 3mila anni prima di Cristo: quella di Libiola è stata la prima miniera al mondo ad essere datata col sistema del radiocarbonio 14. L’interessante scoperta ha consentito di affermare due verità e cioè che in zona c’è vita fin dalla preistoria attraverso le antiche popolazioni liguri (nei pressi del torrente Gromolo esiste un monte chiamato “Castellaro”, toponimo dal significato che abbraccia tempi antichi di popolazioni autoctone) e che in miniera si lavorava già, sebbene con attrezzi rudimentali. Quando negli anni ’60 viene rinvenuta a Chiavari una necropoli risalente al VII secolo a.C., diversi manufatti di rame e bronzo provenivano dalle miniere di Libiola.

La miniera di Libiola, occupa una superficie complessiva di circa 400 ettari. L’intero territorio è attraversato da una ventina di gallerie, alcune di esse si articolano su 4 livelli discenderie, fornelli, buchi ovunque (in numero di oltre 300), e tre grossi crateri a cielo aperto. Storicamente è stata la miniera più produttiva d’Italia (dopo quella del monte Amiata in Toscana) e da essa sono uscite milioni di tonnellate di materiale, dal buon tenore di rame. Inoltre dal punto di visto qualitativo a Libiola sono state rinvenute oltre 70 specie di minerali diversi da primato mondiale, tra cui oro e argento in quantità non apprezzabili. Sebbene sia privata ed appartenga ad una società con sede in Lombardia, la miniera di Libiola è dal 1961-62 che non è più attiva. Il periodo storico di maggior sviluppo lo si è avuto durante il cosiddetto “periodo degli inglesi”, dal 1868 al 1928 (e più precisamente fino al 1896 a titolarità esclusiva, in seguito data in locazione). Nel 1868 nasce a Londra la società per azioni “The Libiola Mining Company Ltd” che sfrutterà i ricchi giacimenti minerari libiolesi per diversi decenni, facendo la fortuna dei sudditi di sua Maestà la regina Vittoria e in special modo dei proprietari inglesi: su tutti la famiglia Brown che con Libiola diventerà assai ricca, acquistando il castello di Paraggi (Santa Margherita Ligure) e quindi la fortezza di Portofino che da quel momento è chiamata “castello Brown”: entrambi i castelli si affacciano sul pittoresco Golfo del Tigullio. A Sestri Levante esiste una viuzza nei pressi del Municipio – via Garibaldi che è soprannominata in genovese “caruggiu dell’òu” (ossia caruggio dell’oro) proprio grazie alle ricchezze dei minerali di Libiola e ammassati all’interno dei magazzini in attesa dei vapori che percorrevano settimanalmente la rotta Sestri Levante – Gran Bretagna alla volta dei porti di Inghilterra (Newcastle) e del Galles (Swansea).

Ecco il video youtube creato da Provincia di Genova con alcune testimonianze:

Miniera di Libiola, 2700 anni di storia – YouTube

A Fainà

Ceci: prodotto antico, prodotto amico.

Sappiamo infatti che i ceci erano un alimento già diffuso nel mondo antico tra Greci, Romani ed Egizi. I ceci più diffusi sono di colore chiaro ma anche in Italia vengono ancora coltivate delle varietà antiche di ceci che sono di colore scuro e e si trovano soprattutto in alcune zone della Toscana, dell’Umbria e della Puglia.

Con i ceci, ricchi di proteine vegetali , sali minerali (calcio, ferro fosforo, magnesio) e che aiutano a mantenere le ossa in salute, si possono realizzare dei  burgher vegani o vegetariani da servire come secondo piatto accompagnato dalle verdure o semplicemente usarli come contorno o aggiungerli alle zuppe. Con la farina di ceci invece si può preparare l’hummus oppure come da antica tradizione ligure ” a fainà” ossia una torta salata molto bassa, preparata con l’aggiunta di acqua sale e olio extravergine di oliva.

Non possiamo in questo periodo di lockdown addentrarci nei caruggi genovesi per entrare in una antica “sciamadda” ad assaporare una fiammante farinata appena uscita dal forno a legna, ma se ci prende un pizzico di malinconia perché ci sentiamo limitati nelle nostre abitudini nulla ci vieta di utilizzare la consegna a domicilio o provare a cucinarla per restare connessi alle nostre sane tradizioni. Il calore che ci regalerà già il primo assaggio e la dorata crosticina che si formerà sulla superfice ci inietteranno un senso di benessere e ci confermeranno che quello che un tempo era considerato un piatto povero e con l’aumento della ricchezza quasi scartato oggi diventa fondamentale per una sana alimentazione.

A Genova il panino con la farinata era uno dei piatti preferiti dai camalli, (gli scaricatori di porto) che non potevano di certo lesinare sulle calorie assunte durante la pausa pranzo ma non avevano molto denaro da spendere.

Secondo una leggenda molo diffusa la farinata nacque nel 1284, dopo che la Repubblica Marinara di Genova sconfisse quella pisana nella battaglia della Meloria. Tornando verso Genova le galee genovesi furono colpite da una tempesta che provocò la rottura di alcuni barilotti d’olio e di molti sacchi di ceci che si rovesciarono mescolandosi all’acqua salta. Poiché le provviste erano poche i marinai recuperarono quello che potevano recuperare ossia una purea di ceci, olio e acqua di mare. Alcuni di loro rifiutarono la poltiglia lasciandola seccare al sole. Il giorno dopo però, spinti dalla fame, i marinai a digiuno recuperarono le scodelle lasciate al sole scoprendo come la purea di ceci si fosse trasformata in una specie di frittella scoprendone la sua bontà. Rientrati a terra i genovesi pensarono di migliorare la scoperta cuocendo la purea negli antichi forni. Il risultato finale fu un successo e venne chiamato, canzonando i rivali sconfitti in battaglia “l’oro di Pisa.”.

Si può assaporare solo a Savona e dintorni invece questa specialità preparata con la farina di grano anziché quella di ceci. Il motivo di questa variante è dovuto a un antico screzio sorto tra la città di Genova e quella di Savona. Nel 500, infatti i genovesi imposero un dazio sui ceci e i savonesi al fine di non gonfiare ulteriormente le casse della Repubblica marinara cominciarono a preparare la farinata con la farina di grano dando origine alla farinata bianca.

Come si prepara A Fainà?

il composto a base di farina di ceci, olio e acqua salata dopo essere stato a riposo per almeno 12 ore viene versato nei tegami di rame e messo a cuocere nei forni a legna dei professionisti che a Genova sono detti “fainotti” a una temperatura molto alta. In casa si può usare una teglia bassa e poco profonda su cui verrà versato poco composto che dovrà cuocere in formo a 270-300 gradi fino a quando la sua superficie non sarà ricoperta da una crosticina dorata.

IO SONO MONTAGNA

Le catene montuose più alte del mondo si formano quando pezzi della crosta terrestre, chiamati placche, si scontrano l'uno contro l'altro in un processo chiamato tettonica a placche e si allacciano, fondono, e amalgamano insieme in periodi di tempo lunghissimi.  L'Himalaya in Asia si è formato da uno di questi enormi relitti che ha avuto inizio circa 55 milioni di anni fa. Trenta delle montagne più alte del mondo si trovano sull'Himalaya. La vetta del Monte Everest, a 29.035 piedi (8.850 metri), è il punto più alto della Terra. In Italia la catena montuosa che definisce alcuni confini con altri stati sono le Alpi. 
La sua vetta più alta è il Monte Bianco (mt 4810 slm)  mentre la vetta più alta della mia adorata Liguria è il Monte Saccarello (mt. 2200 slm) 

A scuola ci è stato insegnato che le montagne sono state spesso utili per  definire  i confini naturali dei paesi. La loro altezza può influenzare i modelli meteorologici,  arrestare le tempeste che rotolano dagli oceani e spremere l'acqua dalle nuvole. Ci è stato insegnato che sulla sua sommità si trovano  anche  ghiacciai perenni, mentre la neve all'arrivo della primavera si scioglie e si trasforma in acqua creando talune volte cascate spettacolari prima di arrivare a valle diventare fiume e poi sfociare nel mare. Io mi ritengo una persona fortunata per aver  posato i miei piedi su alcuni ghiacciai italiani (nella foto mi dirigevo a Punta Gnifetti) ma sarei immensamente felice di sapere che i miei prossimi nipoti, pronipoti ecc potranno in qualche maniera goderne in futuro. Negli ultimi anni si sta infatti  assistendo a un ritiro sempre più veloce dei ghiacciai e anche a una diminuzione del manto nevoso. Eppure, forse presi anche da mille impegni  sembra proprio che diamo troppa poco importanza a tutto ciò. 
Ecco un video della campagna NATURE IS SPEAKING (la natura sta parlando) voluta dall’associazione Conservation Iternational che mira a rendere consapevoli le persone sull’importanza della natura nell’attuale periodo storico. L’attore Lee Pace  si cala nelle vesti della componente ambientale MONTAGNA  per veicolare un messaggio semplice, ma allo stesso tempo provocatorio:  La natura non ha bisogno delle persone. Le persone hanno bisogno della natura”
Dal mio punto di vista è necessario capire che  natura e uomo sono imprescindibilmente legati, anche se quest’ultimo rappresenta l’anello debole delle parti perché per sopravvivere ha bisogno della natura.
( da Wikipedia: L’Unione internazionale per la conservazione della natura, , è una organizzazione non governativa (ONG) internazionale con sede a Gland in Svizzera. Il 17 dicembre 1999 le è stato riconosciuto lo status di osservatore dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.Considerata come «la più autorevole istituzione scientifica internazionale che si occupa di conservazione della natura» è stata fondata nel 1948 nella cittadina francese di Fontainebleau , con la finalità di supportare la comunità internazionale in materia ambientale svolgendo un ruolo di coordinamento e di scambio di informazioni fra le organizzazioni membri in un’epoca in cui tale settore era ancora in fase di sviluppo e la maggior parte dei paesi del mondo non possedeva ancora dei processi di confronto istituzionale per la tutela ambientale.L’unico italiano che ha partecipato alla sua costituzione, in qualità di presidente del Movimento Italiano per la Protezione della Natura (Mipn, dal 1959 Pro Natura), è stato Renzo Videsott, al tempo direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso.)
Buona visione.! Caterina 




https://www.conservation.org/nature-is-speaking/lee-pace-is-mountain?ytVideoId=NJHcdKf5iHs


“Io sono la Montagna Sono il tempio più antico della natura I miei ghiacciai e ruscelli forniscono l’acqua che bevi Le mie foreste, il tuo legno, la tua aria pulita Da quassù, vedo come sei arrivato a trattare questo mondo Ricaricavi il tuo corpo e la tua anima nella calma delle mie foreste Una volta hai scalato le mie vette, cercando l’illuminazione Ora prendi quello che vuoi e contempla solo il tuo guadagno Apri gli occhi finché sei ancora in tempo Perché c’è un’altra cosa che vedo chiaramente: la scogliera su cui ti trovi e le rocce sottostanti “

LAGHETTO DEL PENNA A RISCHIO

Fino a poco tempo fa lo conoscevano solo gli abitanti della zona, le guide e gli escursionisti appassionati della Liguria e pochi altri. I social se da una parte aiutano a mantenere rapporti con parenti e amici che per vari motivi abitano lontani da noi sono anche fonte dove attingere velocemente informazioni, magari semplicemente guardando una foto o le coordinate e che fanno nascere il desiderio di raggiungere questi posti da persone che, molte delle quali partono senza informarsi a dovere sugli eventuali danni che possono procurare al delicato ecosistema di certe zone. Una fra queste è appunto il Laghetto del Penna. Esso si trova ai piedi della parete nord del Monte Penna in piena foresta demaniale a circa 1450 mt di quota s.l.m. ed è un gioiello per il grande valore naturalistico. Infatti ospita flora acquatica tipica e soprattutto popolazioni assai ricche di anfibi come rane e tritoni e dove qui trovano il luogo ideale per riprodursi. Volano anche, sfiorando l’acqua, numerosissime specie di libellule Il laghetto è sorto in una piccola conca modellata sul pendio che scende dal Penna da una minuscola lingua di ghiacciaio che si trovava qui tra 20.000 e 10.000 anni fa (c.d. ultimo periodo glaciale).Le sue acque rispecchiano la foresta di faggi circostante e in maniera molto suggestiva la vetta del Penna (1735 mt) e del Pennino (1680). Il laghetto è lieto di avervi come compagnia, ma non ama le grida e gli schiamazzi ma piuttosto il vostro silenzio, una facile melodia o una poesia. Domanda semplicemente, con l’espressione più pura e vera che la natura ha dentro di se, a tutti noi di dedicargli la stessa cura e attenzione che dedichiamo a noi stessi. Anche io semplicemente come lui vi propongo di essere consapevoli su ogni gesto che fate quando siete in natura, in quanto noi siamo natura e tutto ciò che facciamo a lei ha riflesso su di noi.

“Terra Verde Tigullio”: il marchio che racchiude i prodotti di eccellenza della Valgraveglia

Ne – Olio, vino, farina di castagne, marmellate e non solo: tutti prodotti di qualità, racchiusi nel marchio a chilometro zero “Terra Verde Tigullio” di cui è coordinatrice Paola Rissotto. Si tratta di una nuova realtà promossa dall’associazione Valcanonica che comprende aziende ed attività della Val Graveglia e si sta allargando a tutto il Tigullio.

Si possono trovare questi prodotti nei mercatini locali oppure ordinandoli da catalogo che è costantemente aggiornato. Sono da pochi giorni disponibile le famose nocciole “misto Chiavari” e da oggi il miele di castagno e millefiori, fra qualche giorno ci saranno i primi cavoletti di bruzzelles che inseguono i già pronti cavoli verza.

Io sono stata più volte testimone attiva degustando i loro prodotti alle varie iniziative proposte per far conoscere non solo questi prodotti ma anche le meraviglie naturalistiche di questa parte di entroterra. Come sapete non posso mancare a queste occasioni, e quando riesco a rendermi anche parte attrice, perché da sempre sono sostenitrice accanita del motto: Liguria non solo mare!

Ruëtta: Io ho 150 anni.

A Borzonasca la pasticceria Macera produce con lavorazione manuale la Rùetta, che a prima vista può essere confusa con il famoso canestrello di Torriglia, ma appena la si ha nelle mani si capisce subito che non è lo stesso prodotto. La Liguria è speciale perché i prodotti tipici sono simili da Levante a Ponente ma ogni famiglia li prepara secondo ricette che si tramandano di generazione in generazione e per riconoscerne l’originalità usano attrezzi in legno (come il timbro per i croxetti che ha spesso inciso lo stampo di famiglia) o appunto forme particolari o ingredienti segreti.

Ecco quindi la storia originale che si trova anche nel sito internet della pasticceria di questo irresistibile dolce che mi fa fermare a Borzonasca ogni volta che risalgo per arrivare anche a Santo Stefano D’Aveto. La Ruëtta nasce nel 1870 con l’apertura della pasticceria Macera allora “Caffè dell’Unità Italiana”, grazie all’idea di Carmela e Vittorio, rispettivamente mamma e zio della mia bisnonna Guidobono Clementina che rilevò da loro l’attività.Dall’unicità del suo antico stampo deriva il nome Ruëtta che in italiano significa rotella.La sua lavorazione viene eseguita a mano, pezzo dopo pezzo, e la fragranza della sua pasta frolla la rende unica.La ricetta passa poi negli anni ’30 a mia nonna Giuditta Ferretti e con l’arrivo di mio nonno Emilio Macera la pasticceria acquisice più prestigio, dato dal suo praticantato di 5 anni presso la ditta Daturi e Motta di Torino.La produzione delle Ruëtte passa poi a mio papà Giancarlo Macera e mia mamma Marisa dona al corredo della Ruëtta due splendide poesie.In questo periodo ci inorgoglisce il fatto che la nostra specialità è stata donata a Papa Giovanni Paolo II in occasione della Sua visita a Chiavari.La ricetta della Ruëtta passa poi a me che, con mia moglie Serena, proseguo la tradizione di famiglia nella quale si lavora sempre il prezioso lievito madre da cui si ottengono panettoni, pandolci e colombe pasquali.

Esistono anche delle belle poesie in onore di questo dolce. Eccone una in genovese.

Signori! Sono la Ruëtta

Sempre quella non sono cambiata,

fresca con la faccia liscia,

un profumo che fa incantare.

Mio papà, che nelle Americhe era dovuto andare,

a mano sicure

mi aveva raccomandato.

La Clementina, sua sorella,

con amore mi ha plasmato:

di rosa e di nastro mi ha addobbato:

per amore di Gian ho cominciato a viaggiare,

sono stata in Europa, Stati Uniti,

Argentina e non crederete…

fino il Papa

mi ha potuto gustare.

Sono modesta ma tanto bella,

a tanti piaccio chiara, appena dorata,

sennò un po’ abbronzata;

Vi dirò un segreto: Adoro essere incipriata Marisa